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Piantare Marijuana a Fukushima potrebbe aiutare ad eliminare le radiazioni

Anche se non ci piace l’idea di esporre la cannabis alle radiazioni nucleari, la verità è che questa pianta dai molti talenti potrebbe significativamente contribuire a ridurre gli alti livelli di radiazioni riscontrati nel settore della prefettura di Fukushima. Ad oggi è stata prevista una zona di evacuazione di 20 -30 km attorno alla centrale, in quanto l’indice di radiazioni rilevato entro questo raggio sarebbe mortale per chiunque. Qualcosa di simile successe a Chernobyl, in Russia, dove vennero utilizzate diverse tipologie di piante per assorbire le radiazioni del terreno e quindi ripulirlo.

Fù nel 1998, a 12 anni dalla fatale esplosione dell’impianto di Chernobyl, che la Consolidated Growers and Processors (PMC) , la Phytotech, e l’Institute of Bast Crop of Ukraine si unirono per iniziare la sperimentazione dell’uso di piante per ripulire il terreno circostante alla centrale dai metalli pesanti ancora presenti. L’obiettivo era di verificare se le piante, alimentandosi con i nutrienti del sottosuolo, potessero assorbire anche questi metalli, in un processo noto come fitorimediazione. Alcune piante hanno la proprietà di assorbire i metalli attraverso le loro radici, e catturarne alcuni che sono particolarmente dannosi per l’uomo come l’uranio o il ranelato 90. Una volta assorbiti, tali elementi vengono accumulati nelle foglie.

Tra i test effettuati sulle piante spiccavano i risultati della marijuana e del girasole che hanno ripulito fino all’80% dei metalli nocivi nella zona interessata. Dopo aver completato il processo di assorbimento, le piante, devono essere incenerite e, successivamente, le ceneri trattate come rifiuto radioattivo. La cattiva notizia è proprio questa, la buona notizia è che una volta portato a termine il loro eroico lavoro, la zona sarebbe decontaminata – Un’ulteriore prova dei benefici portati dalla cannabis all’umanità.

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La cannabis può essere usata per trattare l’epilessia

I ricercatori dell’Università di Reading hanno scoperto che tre composti presenti nelle foglie di cannabis possono contribuire a ridurre e a controllare le crisi epilettiche.

Stanno ora utilizzando gli estratti dalle piante coltivate in grandi serre di dimensioni industriali, nel sud dell’Inghilterra per sviluppare nuovi farmaci che possano alleviare il malessere di milioni di malati di epilessia in tutto il mondo. Nel solo Regno Unito ci sono più di 500.000 persone che soffrono di epilessia.

Il Dr Ben Whalley, che guida la ricerca presso il Dipartimento di Farmacia presso l’Università di Reading, ha detto che i test sugli animali avevano dimostrato che i composti erano efficaci nel prevenire le crisi epilettiche e le convulsioni, oltretutto senza gli effetti collaterali dei farmaci contro l’epilessia.

Ha affermato: “C’è stata un stigmatizzazione associata alla cannabis nata all’incirca negli anni ’60 e ’70 a causa del su uso ricreativo (ma soprattutto a causa del fatto che poteva comodamente sostituire gran parte dei preziosi e limitati elementi quali la carta, la benzina, le fibre tessili, con un costo veramente limitato sia per la natura che per noi) così che le persone hanno sempre fatto fatica ad associarla ad una medicina.

“La cannabis è stata creata per essere un tesoro di composti che potrebbero essere utilizzati in farmacologia. Abbiamo una lista di circa una dozzina di potenziali candidati per l’epilessia e i tre testati promettono molto bene.

“Questi composti sono molto ben tollerati e non si sono registrati gli effetti collaterali che si ottengono con i trattamenti esistenti”.

L’epilessia è causata da improvvise esplosioni nell’attività elettrica del cervello che sconvolgono il modo normale in cui vengono trasmessi i messaggi. Ciò può causare convulsioni debilitanti e c’è il rischio di fare male a se stessi.

Il Dr Whalley, insieme ai suoi collaboratori, il dott Claire Williams e il dottor Gary Stephens, hanno lavorato con la società farmaceutica GW Pharmaceuticals per sviluppare e testare nuovi trattamenti per la malattia grazie alla cannabis.

Due dei composti che hanno individuato, uno chiamato cannabidiolo e l’altro GWP42006, sono stati molto efficaci nel controllare gli attacchi epilettici negli animali e i ricercatori sperano ora di iniziare le sperimentazioni cliniche sugli esseri umani entro i prossimi tre anni.

Nessuno dei composti produce la caratteristica “fattanza” associata al consumo di cannabis.

Gli scienziati, le cui ultime scoperte sui composti sono state pubblicate sulla rivista scientifica “Seizure”, credono che grazie ai suddetti composti si possa interferire con i segnali che rendono il cervello iper-eccitabile.

Fino ad ora l’impiego principale del medicinale è stato quello di combattere la sclerosi multipla ed alleviare il dolore nei pazienti oncologici.

GW Pharmaceuticals ha ricevuto una licenza per la coltivazione di circa 20 tonnellate di cannabis all’anno nei suoi impianti, in una zona rurale del sud dell’Inghilterra. In ogni serra la temperatura è mantenuta con cura a 77 gradi Fahrenheit, mentre le colture sono protette da recinzioni elettrificate e con una security che lavora 24 ore su 24. (Sogni distrutti dopo mezzo paragrafo)

Mark Rogerson, della GW Pharmaceuticals, ha dichiarato: “I medicinali basati sul principio attivo della cannabis possono trattare una vasta gamma di malattie come la sclerosi multipla e attenuare il dolore.

“L’opera del dott Whalley e del suo team ci sta proiettando verso una nuova era e verso un nuovo modo di curare i pazienti.

Un portavoce della Epilepsy Action, ha dichiarato: “L’epilessia è una condizione molto difficile da trattare.

“Siamo consapevoli di alcune persone con epilessia che hanno usato la cannabis per scopi medici.
“Siamo favorevoli al fatto di condurre nuove ricerche su questo campo. La cannabis potrebbe aiutare gli epilettici con trattamenti a lungo termine, oltre che funzionare dove le attuali terapie non sembrano sortire effetti positivi.”

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Cannabis: Finalmente la medicina ammette ufficialmente le proprietà miracolose di questa pianta

In uno studio pubblicato sul web un paio di giorni fa dal, National Cancer Institute (sito governativo), si mettono finalmente nero su bianco (ma soprattutto ufficialmente) le grandi caratteristiche di questa pianta.

I cannabinoidi sono un gruppo di 21 composti terpenofenoli prodotti unicamente dalla Cannabis sativa e dalla Cannabis indica. [1,2] Questi composti derivanti dalla pianta possono essere indicati come phytocannabinoidi. Anche se il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è il principale ingrediente psicoattivo, vi sono altri composti noti che hanno attività biologica tipo: il cannabinolo, il cannabidiolo, il cannabicromene, il cannabigerol, il tetrahydrocannabivirin, e il delta-8-THC. Il cannabidiolo, ha la caratteristica di avere una significativa attività analgesica e anti-infiammatoria senza l’effetto psicoattivo (alto) del delta-9-THC.

GLI EFFETTI ANTI TUMORALI

Uno studio su topi e ratti indica che i cannabinoidi hanno un effetto protettivo contro lo sviluppo di alcuni tipi di tumori. [3] Nel corso di questo studio di 2 anni, i gruppi di topi e di ratti hanno ricevuto varie dosi di THC attraverso una sonda gastrica. Nei topi, venne osservata, una riduzione sull’incidenza dei tumori epatici e sui carcinomi epatocellulari. Una minore incidenza dei tumori benigni (polipi o adenomi) negli altri organi (mammelle, utero, ghiandola pituitaria, testicoli e pancreas) vennero anche osservati nei ratti. In un altro studio, il delta-9-THC, il delta-8-THC, e il cannabinolo si sono dimostrati utili nell’inibire la crescita del carcinoma del polmone di Lewis in vitro ed in vivo. [4] Inoltre, altri tumori sono risultati sensibili agli effetti inibenti di questa pianta. [5-8]

I cannabinoidi possono causare effetti antitumorali attraverso vari meccanismi: inducendo la morte cellulare, interropendo la crescita cellulare, e attraverso l’inibizione dell’angiogenesi tumorale e della metastasi. [9-11] I cannabinoidi sembrano uccidere le cellule tumorali lasciando intatte quelle sane proteggendole, addirittura, da quelle cancerogene. Questi composti hanno dimostrato di indurre l’apoptosi nei glioblastomi sotto coltura e indurre la regressione degli stessi nei topi e nei ratti. I cannabinoidi proteggono le normali cellule gliali astrogliale e oligodendrogliali dall’ apoptosi mediata dal recettore CB1. [10,11]

In un modello in vivo utilizzando topi con una grave immunodeficienza, vennero generati dei tumori sotto cutanei inoculando gli animali con cellule tumorali (del polmone) umane [12]. La crescita del tumore è stata ridotta del 60% nei topi trattati con il THC rispetto ai topi che componevano il gruppo di controllo. I campioni di tumore hanno rivelato che il THC ha avuto effetti antiangiogenici e antiproliferativi.

Inoltre, sia i cannabinoidi di origine vegetale che quelli endogeni sono stati studiati per i loro effetti anti-infiammatori. Uno studio sui topi ha dimostrato che sistema cannabinoide endogeno fornisce una protezione intrinseca contro l’infiammazione del colon. [13] Come risultato, è stata promulgata l’ipotesi che i phytocannabinoidi e gli endocannabinoidi potrebbero essere utili nella lotta al cancro colon/rettale[14].

Un altro studio ha dimostrato che il delta-9-THC è un potente agente antivirale selettivo contro il sarcoma di Kaposi (KSHV). [15] I ricercatori hanno concluso, garantendo un maggior approfondimento sugli studi dei cannabinoidi e degli herpesvirus, poichè essi porteranno allo sviluppo di farmaci che inibiscono la riattivazione di questi virus oncogeni. Successivamente, un altro gruppo di ricercatori ha riportato un aumento nell’efficienza dell’infezione umana KSHV nelle cellule dermiche microvascolari epiteliali in presenza di basse dosi di delta-9-THC [16].

STIMOLAZIONE DELL’APPETITO

Molti studi sugli animali hanno già dimostrato che il delta-9-THC e gli altri cannabinoidi hanno un effetto stimolante sull’appetito e sull’assunzione di cibo. Si ritiene che il sistema dei cannabinoidi endogeni possa servire come regolatore del comportamento alimentare. Il cannabinoide endogeno anandamide, potenzia notevolmente l’appetito nei topi. [17] Inoltre, i recettori CB1 nell’ipotalamo potrebbero essere coinvolti negli aspetti motivazionali e appaganti del mangiare [18].

ANTI DOLORIFICO

La comprensione del meccanismo attraverso cui i cannabinoidi inducono l’analgesia (assenza di dolore) è aumentata grazie allo studio dei recettori dei cannabinoidi, gli endocannabinoidi, e degli agonisti e antagonisti sintetici. Il recettore CB1 è presente sia nel sistema nervoso centrale (SNC) che nelle sue terminazioni nervose periferiche. Simile ai recettori degli oppioidi, livelli molto alti del recettore CB1 sono stati trovati nelle sezioni del cervello che regolano il processo nocicettivo [19]. Il recettore CB2, che si trova principalmente nei tessuti periferici, esiste a livelli molto bassi nel sistema nervoso centrale. Con lo sviluppo degli antagonisti dei recettori specifici, sono state ottenute ulteriori informazioni sul ruolo dei recettori cannabinoidi endogeni e sulla gestione del dolore. [20,21]

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